Bella da morire

Una bella vocazione richiede la vita. Se non la richiede, non è vocazione

Perché più di tutto il resto gli ha fatto fare le scelte che ha fatto e gli fa fare ogni giorno le scelte che fa, gli richiede la vita, sacrifici, lo mette a nudo e gli costa fatica, regalandogli gioie e bellezze che nessun'altra cosa gli concede. Durerebbe poco in questo ruolo, se facesse il padre e il marito solo per rispettare un impegno preso o per altri motivi, slegati dalla bellezza. Va detto che una persona può vivere una scelta come una vocazione o come una "scelta normale". Basti pensare che mezzo secolo fa in tanti si sposavano, in tanti andavano a messa la domenica e in tanti facevano figli (e tanti!), per cui forse si era più propensi a fare queste scelte, come anche a non vederle (e quindi viverle) come vocazioni. Oggi invece queste scelte sono più rare, per cui richiedono una vocazione davvero profonda, per essere vissute. Ha senso che nella mente ci sia il collegamento "vocazione = sacerdozio", perché scegliere di seguire la propria vocazione, significa consacrarsi a Dio, per non far riferimento nelle proprie forze in questo cammino. Cioè per non fallire. E il matrimonio e il sacerdozio, per assurdo, sono due stili di vita "gemelli", per quanto possa sembrare strano. In entrambi i casi, chi vive l'una o l'altra vocazione, lo fa consacrandosi, cambiando e crescendo per incarnare sempre meglio quella scelta. In entrambi i casi, si consacra la propria castità (nel matrimonio si parla di castità matrimoniale), la propria povertà (nel matrimonio, il denaro è mezzo di sostentamento per la famiglia, non per i propri capricci, quindi non è più solo "proprio"), la propria obbedienza (anche nel matrimonio, si obbedisce alle circostanze del coniuge o alle necessità della famiglia). Per farla breve, la vocazione vera parte dalla bellezza, ma non può essere considerata come "una parte della propria vita", come se ci fosse un tempo per dedicarsi ad essa e un tempo per "tornare normale". Non si può vivere attraverso maschere o, peggio, svolgerla come un ruolo per il tempo richiesto. È eterna. Come i frutti che può generare e come la bellezza che la genera.

Articolo pag.06

Quando si sente parlare di vocazione, istintivamente il pensiero va alla vita consacrata. Quella è l’unica “vocazione”, a un primo pensiero. Oppure può venire in mente il lavoro, cioè la vocazione come direzione lavorativa, come mansione per cui si è nati, il sogno di tutti i sogni da realizzare (diventare un calciatore di Serie A, una poetessa, un cuoco ecc). Oppure viene magari da sostituire la parola “vocazione” con “sogno”, come il mondo vuole, per evitare l’utilizzo di termini medioevali cristiani, ormai superati. In realtà è qualcosa dai confini molto più ampi e "alti" che però la cultura di massa ha relegato a “una roba da preti”, al mondo del lavoro o a una realizzazione prettamente personale. La vocazione, quella vera, riempie il cuore fino a farlo scoppia- re, come quello di Gesù sulla Croce. Pure Lui ha vissuto la Sua vocazione: redimere e salvare noi peccatori attraverso il Suo dolore, il Suo sangue e la Sua mor-te. E si è spinto a viverla fino all'ultima goccia di sangue e di fede che poteva versare. Come ha detto Lui stesso: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Ed è una frase che può riassumere al meglio il concetto di vo-cazione, perché ha dentro tutto:

  • "Dare la vita", perché una vera vocazione richiede un'aderenza e un'appartenenza totali, come la vita consacrata citata poco fa. E finisce col "costarti la vita" o in senso letterale, o con altro significato (quotidianità, scelte, sacrifici...);
  • “Per i propri amici”, che nel caso di Cristo equivale all’intera umanità, mentre nel nostro, che abbiamo un amore più limitato perché macchiato del peccato originale, è pari a chi riusciamo ad amare davvero. Per uno sarà la sua famiglia, per un altro la sua comunità, per un altro ancora la sua nazione... e per Cristo, il mondo intero;
  • "Amore più grande", perchè come altro si potrebbe definire una dedizione così totale, il dono completo di noi, del nostro tempo, della nostra vita, delle nostre fatiche...?
Seguire la propria vocazione, significa accettare tutto questo e vivere ciò che Dio ci ha posto nel cuore. E nessuno segue una vocazione se il suo cuore non trova Bellezza (con la B maiuscola!) nel farlo. Basti pensare a una coppia innamorata: la vocazione matrimoniale non parte da chissà che morale, perbenismo o concetto. Parte da un’attrazione, un innamoramento. Gli stessi apostoli, che hanno avuto la vocazione di seguire un Uomo e farGli da eco, sono partiti da un’attrazione. Si sono sentiti attratti da Gesù, prima di conoscerlo. Per questo hanno trovato le risorse per dare a Lui tutta la loro vita (chi ha rinunciato alla sua attività, chi è morto per testimoniarLo, ecc.). Come dice Dostoevskij "la belezza salvera il mondo!". Non la morale cristiana o la legge o i Comandamenti. La bellezza. Perché è la bellezza che “sveglia” la vocazione. Un marito e un padre, avrà nella famiglia la propria vocazione.