Mentre il mondo cade a pezzi

Siamo soldati in trincea in una battaglia che sappiamo persa in partenza, ma stravinta alla fine. Vale la pena “portare il fuoco” della speranza che nelle crepe del cemento nascano dei fiori

McCarthy inserisce padre e figlio da soli in cammino verso sud, verso il mare, dove forse potranno trovare salvezza in mezzo al niente che li circonda in cui ogni cosa è grigia di cenere e in cui i pochi uomini che sono rimasti sono ritornati allo stato bestiale e cercano altri uomini da catturare per cibarsene visto che nel nulla assoluto non c’è ovviamente cibo. Solo loro due “portano il fuoco”, coltivano la speranza che ci sia un domani e tra errori e cadute si sforzano di non dimenticarlo e di vivere di conseguenza, senza perdere l’umanità. Scopriranno poi che non erano gli unici a portare il fuoco, in realtà.

È un racconto in cui non si parla di Dio, ma si capisce che c’è ed è in quel residuo di umano simboleggiato nel “fuoco”. Né i due protagonisti si arrendono anche quando tutto sembra travolgerli. Lottano anche se sembrano sconfitti, e così dovremmo fare anche noi. Non ci è stato detto forse che dobbiamo “sperare contro ogni speranza”? L’ha detto con parole azzeccatissime Lisa Zuccarini (che abbiamo ospitato a giugno scorso alla Giovaninfesta) nel suo blog: «Non serve entrare in competizione con le leggi di questo mondo sperando di vincere. Non vinceremo, semplicemente. Qualcuno ci ha già avvertito che la croce è bella lì pronta, senza sconti.» Scendiamo in campo, ma sappiamo già di puntare alla vittoria nel secondo tempo, quando arrivano i colpi di scena che ci fanno capire che i fiori nascono anche nelle crepe del cemento. Eccoli, i semi di speranza che fanno confidare in un futuro buono. Come nel caso di Benjamin Mascolo, membro del duo Benji e Fede famosissimo tra i più giovani, che ha recentemente raccontato di come ha toccato il fondo e, quando sembrava che non ci fosse più nulla da fare tra alcol, droghe e sessualità disinvolta, è riuscito a ritrovare la strada e la dignità perché all’incrocio decisivo della vita ha trovato una coppia che lo ha aiutato senza volere nulla in cambio dicendogli che “se Dio ti ha messo sulla nostra strada, vuol dire che dovevamo aiutarti”. Questi sono quelli che segnano il gol della vittoria all’ultimo minuto di recupero e che confermano che sarà pur difficile, ma vale la pena combattere.
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È legittimo interrogarsi, oggi, a proposito del fatto che ci possa essere o meno la speranza di un futuro buono. Perché se uno si guarda attorno sembra che stia tutto cadendo a pezzi. È vero, del resto, che l’overdose di informazioni a cui siamo sottoposti non aiuta e anzi contribuisce a generare un vortice il cui punto di caduta è il facile rischio di adeguarsi all’opinione comune. Siamo indotti a volare da una notizia all’altra in un continuo scrolling da social network senza posa, senza riflessione, senza approfondimento. Non si conosce, quindi non si giudica, e l’assenza di giudizio affievolisce anche la capacità di formulare un’idea buona, positiva, per il domani. È un continuo navigare a vista immersi nella nebbia del ricatto emotivo a cui siamo sottoposti ogni volta che veniamo colpiti dall’ennesima notizia negativa.

Non abbiamo forse provato disorientamento nel momento in cui un tribunale britannico ha deciso che Indi Gregory dovesse morire, nonostante la possibilità e la disponibilità a praticare un’alternativa che le desse anche solo un minuto di vita in più? Abbiamo pregato, firmato appelli, confidato che la diplomazia riuscisse a superare gli ostacoli, che si riuscisse a caricare quella bimba sull’aereo che la aspettava e che l’avrebbe portata lontano da chi riteneva che il suo migliore interesse fosse morire. Siamo ritornati improvvisamente ai tempi di Charlie Gard e Alfie Evans e tutti gli altri bambini sacrificati sull’altare del best interest in ossequio alla logica dell’efficienza di una società che non sa più guardare in faccia e dare un senso al dolore e alla sofferenza. Alla fine, abbiamo perso la battaglia ed è stato forse istinti- vo chiedersi che senso ha cercare di coltivare una speranza in un mondo che la calpesta senza remore. Ci guardiamo attorno e sembra di essere nel mondo post-apocalittico descritto da Cormac McCarthy nel romanzo “La strada”, un libro bello come pochi sulla paternità e quindi sulla speranza e sull’educazione che ne deriva, perché per insegnare a navigare serve prima alimentare il desiderio del mare.